Key Indicators European Green Deal
Alla fine di marzo 2022, Eurostat ha rilasciato un nuovo strumento di visualizzazione interattiva per mostrare statistiche rilevanti sul Green Deal europeo [non linkabile], una delle sei priorità della Commissione europea per il periodo 2019-2024. Con il Green Deal europeo, la Commissione mira a eliminare le emissioni di gas serra entro il 2050 e disaccoppiare la crescita economica dall’uso delle risorse, senza lasciare indietro né persone né luoghi nel tentativo di raggiungere questo obiettivo.
Lo strumento di Eurostat consente di monitorare 26 indicatori chiave per il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal europeo, come l’indice netto delle emissioni di gas serra, le perdite economiche totali legate al clima in milioni o la quantità di consumo di energia primaria.
Sono presenti gli indicatori ISPRA che hanno una corrispondenza (non sempre univoca) con gli indicatori “di natura ambientale” del suddetto core set.
In alcuni casi, a un singolo indicatore del core set ISPRA corrisponde uno o più indicatori del core set in questione, o viceversa, più indicatori del core set ISPRA corrispondono a un singolo indicatore del core set di riferimento.
L'indicatore rappresenta la serie storica delle emissioni di gas serra nazionali dal 1990 al 2023, per settore di provenienza. Dall’analisi dei dati si registra, nel 2023, una riduzione sensibile delle emissioni rispetto al 1990 (-26,4%), spiegata dalla recessione economica che ha frenato i consumi negli ultimi anni ma anche da un maggiore utilizzo di energie rinnovabili, con conseguente riduzione delle emissioni di CO2 del settore energetico (-26,9% rispetto al 1990).
Nel 2023, l’agricoltura biologica in Italia ha raggiunto una superficie coltivata di 2.456.020 ettari, coinvolgendo circa 94,4 mila operatori biologici. Il biologico interessa il 7,4% del numero di aziende agricole e il 19,8% della superficie agricola utilizzata (Censimento ISTAT 2021), con una distanza di 5,2 punti percentuali rispetto alla soglia del 25% di SAU Biologica.
Negli ultimi 33 anni l'andamento è stato crescente sia in termini di operatori, sia di superficie coltivata, in controtendenza rispetto allo storico declino della superficie agricola utilizzata in Italia.
A livello europeo, l’Italia è tra gli stati membri più virtuosi.
L'indicatore misura l'energia consumata dagli utenti finali e l’energia totale consumata dal Paese. A partire dal 1990 si registra un andamento crescente dell’energia disponibile per i consumi finali, con un picco raggiunto nel 2005. Successivamente si rileva un’inversione di tendenza fino a un minimo toccato nel 2014. Fino al 2018 si osserva una ripresa dei consumi finali seguita dalla flessione nel 2019 e dalla repentina riduzione nel 2020 a causa del lockdown delle attività economiche per contenere la diffusione della pandemia di SARS-CoV-2, seguita dalla ripresa dei consumi nel 2021, per poi diminuire nei due anni successivi. Nel 2023 l’energia disponibile per il consumo finale, contabilizzata secondo la metodologia adottata da Eurostat, è pari a 110,5 Mtep, -1,3% rispetto al 2022.
L'analisi del contributo delle diverse fonti energetiche primarie al consumo interno lordo di energia mostra che il ruolo predominante dei prodotti petroliferi si sta riducendo a favore dell’incremento del gas naturale e delle fonti rinnovabili, rispettivamente 35,4% e 20,5% nel 2023. La maggiore diversificazione e l’incremento del ruolo delle fonti rinnovabili hanno effetti positivi sul livello di autosufficienza energetica dell’Italia, tra i più bassi tra i paesi industrializzati.
In Italia, la quota di energia da fonti rinnovabili nel 2020 è stata del 20,4% rispetto al consumo finale lordo, un valore superiore all’obiettivo del 17% per il 2020. Nel 2023 la quota è del 19,6%, ancora lontana dall’obiettivo del 38,7% da raggiungere nel 2030.
L'indicatore valuta la domanda del trasporto di merci (anche in relazione alla crescita economica) e l'evoluzione nel tempo della ripartizione modale. La domanda di trasporto viene soddisfatta in maniera crescente dall’autotrasporto che, per incremento e quota modale (59% circa nel 2024), continua a essere predominante rispetto alle altre modalità di trasporto.
L'indicatore misura la domanda di trasporto passeggeri (secondo le diverse modalità) e ne rapporta l'andamento con quello della crescita economica e della popolazione. La domanda di trasporto viene soddisfatta in maniera crescente dal trasporto stradale individuale (autovetture e motocicli) che per incremento e quota modale (79% circa nel 2024) continua a essere predominante rispetto alle altre modalità di trasporto.
L'indicatore consente di monitorare per il periodo 2005-2023 la quota della flotta veicolare stradale conforme agli standard di emissione più recenti per i nuovi veicoli. Nel 2023 per le automobili è ancora presente una quota non trascurabile di veicoli a benzina di classe Euro 0 (13,5%), mentre per le auto diesel questa quota è molto inferiore e pari al 2,9% circa. Più preoccupante la situazione del parco commerciale, in gran parte con motorizzazioni diesel, dove l’10,4% dei veicoli leggeri (furgoni) e il 25,9% dei veicoli pesanti permangono in classe Euro 0.
Il tasso di uso circolare dei materiali misura la quota di risorse materiali riutilizzate da un'economia. Nel periodo 2004-2023 il tasso di uso circolare dei materiali italiano passa dal 5,8% al 20,8%.
Le informazioni statistiche relative alle imposte ambientali possono essere articolate secondo la categoria di imposta, le unità che le corrispondono, la classe di attività ambientale e la destinazione del gettito. In Italia, le imposte ambientali ammontano nel 2024 a 60,8 miliardi di euro (+11,6% rispetto all'anno precedente). Nel 2023, il gettito delle imposte ambientali corrisponde a circa il 6,1% del gettito totale delle imposte e contributi sociali e a circa il 3% del Prodotto interno lordo nel 2024.
Nel 2022 la spesa complessiva dell’economia italiana destinata alla protezione dell’ambiente ammonta a 51,4 miliardi di euro, pari al 2,6% del Prodotto interno lordo (PIL). Questo ultimo valore si mantiene sostanzialmente stabile nel periodo 2016–2022, segnalando una continuità negli investimenti dedicati alla salvaguardia ambientale. Le risorse sono impiegate principalmente per la gestione dei rifiuti e la gestione delle acque reflue, che rappresentano le due voci di spesa più rilevanti (rispettivamente 46% e 25%). A queste si affiancano, con peso minore ma comunque significativo, gli interventi di protezione e risanamento del suolo, delle acque sotterranee e superficiali, la tutela della biodiversità e del paesaggio, la protezione dell’aria e del clima, nonché le attività di abbattimento del rumore e delle vibrazioni (esclusi gli ambienti di lavoro). Completano il quadro le spese per ricerca e sviluppo ambientale e per altre attività di supporto, che contribuiscono alla diffusione di soluzioni innovative e sostenibili.
L'indicatore fornisce la percentuale di stazioni di monitoraggio delle acque sotterranee suddivise in classi di qualità in funzione della concentrazione media dei nitrati rilevata nell'arco di un quadriennio di monitoraggio 2020-2023.
Le classi tipicamente rappresentano condizioni che vanno da una bassa concentrazione di nitrati (acque di buona qualità) a livelli elevati di contaminazione (acque a rischio o inquinate). A livello nazionale il 69,1% di stazioni di monitoraggio, presenta valori medi di concentrazione di nitrati inferiore a 25 mg/l (acque di buona qualità); mentre l’11,7% delle stazioni monitorate ha registrato una concentrazione media dei nitrati superiore o pari a 50 mg/l (acque inquinate). Confrontando i valori del quadriennio 2020-2023 con il precedente (2016-2019), si evidenzia una diminuzione della concentrazione media nel 38,8% delle stazioni, un aumento nel 26,9 % e una stabilità nel 34,4%.
L’indicatore permette la valutazione delle pressioni sull’ambiente e dell’efficienza delle risorse utilizzate dall’economia per la produzione di ricchezza, e i suoi progressi verso la realizzazione di una circolarità dell’economia. Il rapporto tra produzione nazionale di rifiuti e prodotto interno lordo, nel 2022, è di poco superiore alla media europea (66 kg/1.000*€ vs 60 kg/1.000*€). In generale, il sistema economico non appare ancora in grado di limitare la produzione di rifiuti rispetto alla ricchezza prodotta.
La Commissione europea ha adottato la Strategia Europea per la Biodiversità al 2030 (SEB 2030, COM(2020) 380 final) che tra i suoi obiettivi chiede agli Stati membri di proteggere almeno il 30% di territorio nazionale e il 30% dei mari e che almeno un terzo di queste zone sia rigorosamente protetto. Tali obiettivi sono ripresi nella Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030 (SNB 2030).
L’indicatore integra i dati spaziali relativi ai principali sistemi di aree di tutela della biodiversità esistenti nel nostro Paese (aree protette e Rete Natura2000), e calcola la superficie italiana attualmente tutelata a terra e a mare, ne valuta la variazione dal 1991 al 2024 e mostra la distanza tra la percentuale di superficie terrestre e marina protetta e il target del 30% posto dalla SEB 2030.
La copertura nazionale di superficie protetta, al netto delle sovrapposizioni tra aree protette e siti Natura2000, ad oggi è di circa 4.071.482 ettari a mare, pari all’11,6% delle acque territoriali e ZPE (Zona di Protezione Ecologica) italiane, e di circa 6.532.887 a terra, pari al 21,7% del territorio italiano. L’estensione delle aree di sovrapposizione, ovvero di quelle aree che rientrano sia in un’area protetta sia in un sito Natura2000, è aumentata nel tempo arrivando, nel 2024, a 893.839 ettari a mare e 2.447.065 a terra. I trend mostrano che la percentuale nazionale di superficie protetta si è stabilizzata a partire dal 2006 per il mare e dal 2011 per la parte terrestre. Per il raggiungimento dell’obiettivo del 30% fissato dalla SEB 2030 esiste dunque uno scarto di un ulteriore 18% circa di superficie marina da sottoporre a tutela (pari a circa 6.600.000 ettari) e di un 8% di superficie terrestre (pari a circa 2.500.000 ettari).
Il numero delle aree e la superficie marina protetta sono cresciuti costantemente nel tempo. Attualmente in Italia sono state istituite 30 Aree Marine Protette (AMP), presenti in 10 regioni italiane, e altre 10 aree che proteggono tratti di mare prospicienti la costa.
La Sicilia e la Sardegna sono le regioni in cui ricadono la maggior parte di aree protette marine sia in termini numerici, sia di superficie marina protetta. Tra il 2012 ed il 2023 a livello nazionale la superficie delle Aree Protette Marine (APM) è aumentata del 3,1%, grazie all’istituzione nel 2018 delle 2 Aree Marine Protette di Capo Testa - Punta Falcone in Sardegna e di Capo Milazzo in Sicilia, e nel 2023 dell’Area Marina Protetta di Capo Spartivento in Sardegna.
In Italia, ad oggi, sono state istituite 843 aree protette terrestri (e terrestri con parte a mare) per una superficie protetta di oltre 3 milioni di ettari, pari a circa il 10,5% della superficie terrestre nazionale. Analizzando la serie storica (1922-2024) è possibile apprezzare, soprattutto a partire da metà anni '70, andamenti positivi in termini di aumento nel numero e nella superficie delle aree naturali protette terrestri, mentre dagli anni 2008-2009 si assiste a una certa stabilizzazione dei trend di crescita.
Nel 2024 l’Italia si conferma tra i Paesi leader dell’UE in materia di ecoinnovazione, con performance superiori alla media europea in efficienza delle risorse, produttività energetica ed emissioni. Tra il 2014 e il 2024, l’indice italiano è cresciuto di 39,2 punti percentuali (pp), superando l’incremento medio UE (+27,5 pp), con un miglioramento particolarmente marcato nell’efficienza delle risorse (+64,4 pp contro +62 pp UE).
L'indicatore fornisce la percentuale delle stazioni di monitoraggio delle acque superficiali suddivise in classi di qualità in funzione della concentrazione media di nitrati rilevata e nel quadriennio 2020-2023, in modo da fornire una panoramica sul livello di inquinamento da nitrati. Le classi tipicamente rappresentano condizioni che vanno da una bassa concentrazione di nitrati (acque di buona qualità) a livelli elevati di contaminazione (acque a rischio o inquinate). A livello nazionale, il 95,3% delle stazioni di monitoraggio presenta valori medi di concentrazione di nitrati inferiore a 25 mg/l (acque di buona qualità); mentre lo 0,6% delle stazioni monitorate ha registrato una concentrazione media dei nitrati superiore o pari a 50 mg/l (acque inquinate). Confrontando i valori del quadriennio 2020-2023 con il precedente (2016-2019) si evidenzia una diminuzione della concentrazione media nel 22,4% delle stazioni, un aumento nel 20,6% e una stabilità nel 57% delle stazioni.