Data aggiornamento scheda:
Nei mari italiani sono presenti 138 piattaforme offshore; 42 di esse, perlopiù situate nel medio e alto Adriatico e destinate all'estrazione di gas naturale, sono interessate da un piano di monitoraggio ambientale. Tra le sostanze chimiche monitorate vi sono il bario e gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Il bario è un metallo utilizzato nella produzione di fluidi necessari al processo di perforazione e che può essere presente nelle acque di produzione che vengono periodicamente scaricate in mare dalle piattaforme, mentre gli IPA sono sostanze chimiche la cui presenza in mare, oltre che per fattori naturali, è legata allo svolgimento di attività antropiche. Le concentrazioni di bario e di IPA totali nei sedimenti superficiali circostanti le piattaforme sono indicatori ambientali della pressione derivante dallo sfruttamento di giacimenti di gas in ambito marino offshore. I dati disponibili per il periodo 2008-2024 mostrano una progressiva riduzione nel tempo delle concentrazioni medie di questi contaminanti, con le concentrazioni più elevate rilevate, in generale, in prossimità delle piattaforme. I dati del bario sono superiori al valore di riferimento di base nella maggioranza dei campioni di sedimento analizzati nel periodo 2008-2014, mentre tra il 2015 e il 2024 la percentuale dei superamenti è prossima o inferiore al 50%. La percentuale dei campioni di sedimento con concentrazione di IPA totali superiore al valore limite, indicatore di probabili effetti tossici sugli organismi marini, nel periodo 2009-2017, in alcuni casi raggiunge valori compresi tra il 10 e il 16% nelle stazioni a 25 m dalla piattaforma ma si riduce sensibilmente nelle stazioni a maggiore distanza dalla piattaforma; nel periodo 2018-2024 i superamenti del valore di riferimento si riducono ulteriormente in tutte le stazioni.
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I terminali di rigassificazione trasformano il gas naturale liquefatto (GNL) trasportato via mare in gas naturale (GN) che viene poi immesso nella rete di distribuzione nazionale. Nel caso dei terminali situati in ambiente marino, l’acqua marina può essere impiegata nel processo di rigassificazione in quanto cede calore al gas liquefatto per riportarlo nella fase gassosa. L’acqua utilizzata viene, successivamente, reimmessa in mare dopo aver subito una riduzione di temperatura (delta termico negativo) e dopo essere stata trattata con cloro quale agente antivegetativo. Il principale impatto sull’ambiente che può verificarsi in fase di attività dei rigassificatori a mare è correlato, pertanto, allo scarico di queste acque di scambio termico, fredde e clorate.
In Italia, i primi terminali offshore a essere entrati in esercizio e per i quali si dispone di serie storiche di dati sulle acque di processo utili alla valutazione della pressione ambientale esercitata da queste strutture sono i rigassificatori posti al largo di Porto Viro e di Livorno.
Per entrambi i terminali, nel periodo 2014-2024, l’andamento del delta termico è risultato strettamente correlato alla quantità di GN immesso nella rete, con valori assoluti maggiori e di segno negativo (circa -4°C) negli anni in cui la quantità di GN prodotto è stata maggiore, presentando comunque valori sempre entro i limiti riportati nei relativi decreti autorizzativi. Anche la quantità di cloro contenuto nelle acque di processo scaricate in mare ha mostrato una buona correlazione con la quantità di GN immesso in rete, con valori compresi nell’intervallo 10-50 tonnellate/anno per il terminale di Porto Viro, a fronte di un quantitativo di GN immesso in rete compreso tra i 4 e i 9 miliardi di standard metri cubi (Smc), e compresi nell’intervallo 0,5-2,5 tonnellate/anno per il terminale di Livorno, a fronte di un quantitativo di GN immesso in rete compreso tra 1 e i 4 miliardi di Smc; in entrambi i casi, il rilascio di cloro nell’acqua di processo scaricata in mare è sempre stato conforme ai limiti imposti dalla normativa vigente e dalle autorizzazioni all’esercizio.
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Le “acque di produzione” o “acque di strato” sono uno dei principali reflui connessi allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi in ambiente marino offshore e sono potenzialmente in grado di produrre effetti perturbativi sugli ecosistemi. Lo scarico in mare di tali reflui necessita di un’autorizzazione subordinata alla valutazione degli esiti di un monitoraggio annuale dell’ambiente circostante la piattaforma.
Il numero di piattaforme interessate da attività di valutazione ambientale degli esiti del monitoraggio ha subito delle fluttuazioni tra il 2016 e il 2024 a causa della variabilità del numero delle istanze di autorizzazione allo scarico presentate, ed è andato diminuendo nell’ultimo anno. Il numero delle piattaforme autorizzate ogni anno è diminuito dal 2017 al 2021, con una ripresa fino al 2023 per poi decrescere nel 2024 e azzerarsi nel corso del 2025; analogo andamento si rileva per il quantitativo annuale di acque di produzione che è stato autorizzato allo scarico in mare.