Descrizione 1
Cristina Frizza
L’Italia ha ridotto in modo strutturale il proprio material footprint, passando da 17,9 a 10,3 tonnellate pro capite tra il 2008 e il 2024, attestandosi su valori inferiori alla media UE. Questo risultato riflette progressi significativi in termini di efficienza e circolarità, ma richiede di consolidare il disaccoppiamento tra crescita economica e consumo di risorse per rendere il vantaggio competitivo durevole.
Ai fini di una valutazione più completa dei flussi di materia connessi al funzionamento di un'economia è opportuno tenere conto, oltre del consumo di materiale interno e della produttività delle risorse, anche di quei flussi necessari a produrre beni e servizi importati ed esportati. Si tratta dei flussi indiretti, cioè della parte del cosiddetto ecological rucksack che è trasformata in rifiuti o emissioni. Un quadro più esaustivo si può fornire esprimendo le importazioni e le esportazioni in “risorse (naturali) materiali (utilizzate) equivalenti”, note nella letteratura internazionale come “raw materials equivalents” (RME). Le RME, ad esempio, di una data quantità di cereali scambiati con l’estero consiste, oltre ai cereali stessi, anche in ciò che è stato necessario estrarre per produrre tutti i prodotti (beni e servizi) utilizzati come input (consumi intermedi) nell’attività di coltivazione, come il petrolio usato per produrre i combustibili utilizzati dalle macchine agricole e le materie prime dalle quali derivano i fertilizzanti sparsi sul suolo. É importante notare come la parte delle RME che non è fisicamente contenuta nei beni e servizi importati sia divenuta, all’estero, residuo restituito all’ambiente naturale o rifiuto accumulato in discarica. Questa parte costituisce il flusso indiretto delle importazioni. Quanto detto vale anche per le esportazioni. Se oltre ai flussi diretti con l’estero si considerano anche i flussi indiretti, cioè le risorse estratte e utilizzate per la produzione dei beni e servizi scambiati con l’estero, si ottengono le importazioni e le esportazioni in RME. L’indicatore misura la quantità totale di materie prime estratte per soddisfare la domanda interna del sistema economico, cioè quantifica l'estrazione di risorse naturali - biomasse, minerali metalliferi, minerali non metalliferi e combustibili fossili - a livello globale dovuta ai consumi finali e agli investimenti delle famiglie, delle imprese e della pubblica amministrazione in Italia.
Valutare la quantità di materie prime utilizzate per soddisfare la domanda interna, fornendo una rappresentazione dell’impatto dell’uso delle risorse, compresi i materiali estratti all'interno del paese e quelli utilizzati indirettamente all’estero al fine di produrre il bene importato.
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Descrizione 2
- Documentation of the EU RME model. Eurostat, October 2024
(d351a43d-4298-c681-64af-f94e1fabecea
- Handbook for estimating raw material equivalents of imports and exports and RME-based indicators on the country level, based on Eurostat's EU RME model. Eurostat, NovemberFebruary 2024 (https://ec.europa.eu/eurostat/documents/1798247/6874172/Handbook-country-RME-tool
Le stime derivano dall'applicazione di un modello economico-ambientale messo a disposizione da Eurostat. Il modello è suscettibile di ulteriori sviluppi tenuto conto dei confronti metodologici in corso a livello internazionale per questo tipo di stime. Le stime derivate costituiscono delle statistiche sperimentali in quanto dotate di un alta incertezza statistica.
Qualificazione dati
EUROSTAT (Ufficio Statistico delle Comunità Europee)
Eurostat: https://ec.europa.eu/eurostat/web/main/data/database
Nazionale
2008-2024
Qualificazione indicatore
Il calcolo dei fabbisogni materiali 'a monte' può essere effettuato in vari modi, basandosi principalmente sugli inventari degli input della Life Cycle Analysis, oppure sul più completo, ma molto meno dettagliato, modello Input-Output utilizzato nell’analisi economica. Spesso i due metodi vengono 'ibridati', come nel caso del modello a struttura base di tipo Input-Output messo a disposizione da Eurostat per la stima dei flussi di materia diretti e indiretti legati al commercio estero.
Nel 2024 il material footprint dell’Italia si attesta a circa 606 milioni di tonnellate, pari a 10,3 tonnellate pro capite. Questo valore è inferiore alla media UE (14,1 tonnellate pro capite) confermando il posizionamento dell’Italia tra i Paesi europei con una minore intensità di utilizzo di risorse materiali rispetto alla popolazione. Tale andamento riflette in parte la struttura produttiva nazionale, caratterizzata da un peso relativamente contenuto delle industrie ad alta intensità materiale e da una maggiore incidenza del settore dei servizi e delle manifatture leggere.
Tra il 2008 e il 2024 il material footprint italiano registra una riduzione significativa, passando da oltre 1 miliardo di tonnellate (17,9 tonnellate pro capite) a poco più di 600 milioni di tonnellate (10,3 tonnellate pro capite), con un calo complessivo di circa –43% in termini assoluti e –42% pro capite, delineando un trend positivo.(Figura 1, Tabella 1).
Il material footprint rappresenta un indicatore chiave per misurare la pressione che il sistema economico esercita sull’ambiente in termini di risorse naturali complessivamente utilizzate, includendo non solo i materiali estratti a livello nazionale, ma anche quelli incorporati nei beni e servizi importati dall’estero. Per questo motivo, si tratta di uno strumento essenziale per valutare i progressi verso un modello di economia circolare, capace di ridurre la dipendenza dalle risorse primarie e limitare gli impatti ambientali legati al consumo di materiali. I dati disponibili per l’Italia evidenziano una riduzione significativa e strutturale del material footprint nel periodo 2008–2024: dai circa 1.059 milioni di tonnellate del 2008 (17,9 t/ab) si è scesi a poco più di 606 milioni di tonnellate nel 2024 (10,3 t/ab), con una contrazione pari a oltre il 40% in termini assoluti e una riduzione simile in valori pro capite. Tale dinamica riflette diversi fattori: gli effetti della crisi economico-finanziaria del 2008–2013, che ha ridotto in maniera marcata produzione e consumi; la crescente diffusione di modelli produttivi a minore intensità materiale, in parte legati alla trasformazione del tessuto industriale e al maggiore peso del settore dei servizi; il consolidamento di pratiche di recupero, riciclo e riduzione dei rifiuti, in linea con gli obiettivi comunitari di economia circolare.